“Come si fa a togliere la tristezza?”

Questa è stata la richiesta di una mia paziente dopo che un profondo cambiamento nella sua vita aveva aperto le porte a un dolore che non aveva mai provato prima.

Stare bene per lei vuol dire eliminare la tristezza che prova, vuol dire non piangere più quando sente la solitudine, quando parla dell’argomento che tanto l’ha sconvolta, quando guarda indietro.

Ma come si fa a non piangere più quando arriva quel peso sullo stomaco e quel nodo in gola che ci ricorda quanto grande è il vuoto che sentiamo e quanto intenso è il dolore?

Perché forse il punto è proprio questo: sentire.

E quando quello che sentiamo diventa insistente forse vogliamo solo che sparisca e preferiremmo non sentire piuttosto che dover sopportare tutto questo.

E si può scegliere di investire tante energie per erigere un muro tra noi e il dolore.
E chissà se funziona poi.

Oppure si può fare un’altra scelta, si possono investire delle energie per guardarla in faccia la nostra tristezza, per dargli un nome e un perché, e si può imparare ad ascoltare dentro di noi qual è il nostro bisogno quando siamo avvolti dal dolore e magari possiamo scoprire che la tristezza ha delle facce che non ci aspettavamo.

Perché accettare la tristezza, darci il permesso di sentirla e trovare il nostro modo per prenderci cura di lei può essere un modo per star bene.

O almeno questo è stato il modo che ha portato la mia paziente ad elaborare il suo dolore e a poter dire con lacrime di commozione:

“Ora sto bene e ho imparato a volermi bene”.

E con commozione ci siamo salutate, dopo un viaggio insieme alla scoperta della cura di sé.

Questo è il mio lavoro, che amo profondamente, un lavorare con l’altro, un insegnare cosa vuol dire prendersi cura di sé e contemporaneamente un apprendere, un condividere, un vivere insieme all’altro un passaggio della sua vita.

Questo è il dono che mi fanno i miei pazienti ed io per questo li ringrazierò sempre.

G.R.

 

FacebookTwitterShare to Stumble UponMore...