Si dice che soffrire renda più forti.

Ma c’è un’utilità nel dolore?

La sofferenza è la risposta individuale e personale di un individuo al dolore.
Quest’ultimo è un importante segnale di allarme del nostro corpo.

Cellule specifiche, i nocicettori, hanno il compito di inviare al cervello informazioni riguardanti un danno fisico e questo le tramuta in un segnale inequivocabile che è il dolore. Più grave è il danno, più grande la sofferenza patita.

Soffriamo, però, anche là dove non abbiamo le cellule del dolore: negli affetti.

Un abbandono, un lutto, una speranza infranta ci fanno soffrire tanto quanto, se non di più, di un danno fisico.
Si arriva a soffrire persino per altri esseri viventi che stanno male grazie all’empatia.

In ogni caso, la chiave di lettura rimane la stessa: qualcosa si è rotto o ci è stato strappato.
Il ricordo della sofferenza a volte ci condiziona e ci limita, facendoci prendere decisioni di parte.
Ma non è questo il senso che dovrebbero avere queste esperienze.

È possibile arrivare a considerare la sofferenza come un’utile alleata che ci spinga all’evoluzione personale e al cambiamento?

Perché come chi si è scottato col fuoco, non potendo farne a meno, ha imparato i giusti accorgimenti per usarlo diminuendo le possibilità di farsi male, così è possibile lavorare su noi stessi.

Si può vivere infatti senza affetti, ma che gusto ci sarebbe?

Si dice inoltre che soffrire ci renda più forti.

Quindi è vero, soffrire ci rende più forti, però non nel senso di divenire insensibili al dolore ma di saperlo usare positivamente a nostro vantaggio, per diventare consapevoli che ci si può sempre rialzare, diventando protagonisti attivi e artefici energici del nostro futuro.

C.T.

 

 

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